Forma simbolica nelle rappresentazioni del mondo. Note sull’analogia tra codifica prospettica e normazione cartografica

L’evoluzione dei sistemi di rappresentazione dell’architettura e, più in generale, della rappresentazione del mondo[1], è sempre strettamente legata alle evoluzioni culturali e scientifiche, e da queste, spesso, trae le ragioni del proprio sviluppo. Per chiarire il rapporto tra il mondo e le sue rappresentazioni, focalizziamo la nostra attenzione su alcuni degli innumerevoli aspetti del più noto salto epistemologico che la rappresentazione abbia effettuato dall’Antichità a oggi, quello inerente alla codifica della prospettiva rinascimentale, con particolare attenzione alle implicazioni sovrastoriche del fenomeno e alla introduzione del sistema prospettico come sistema di pensiero.

La riforma dell’apparato filosofico e culturale del proto-Rinascimento[2], si basa su alcuni concetti – genericamente di matrice neo-Platonica – tra i quali risulta fondamentale “la nuova concezione dell’uomo nei riguardi di se stesso, della natura e di Dio”[3]. Questa nuova visione diventa così una istanza per la rappresentazione del mondo visibile che viene risolta con la “riscoperta” di tecniche antiche di rappresentazione iconica e con la loro codifica scientifica e sistematica.

Edgerton nel saggio sulla riscoperta della prospettiva[4], anticipato l’anno precedente dall’articolo sulle basi della cultura rinascimentale[5], esprime la convinzione che la proiezione tolemaica abbia avuto un ruolo consistente nella codifica della prospettiva lineare quattrocentesca[6]: i caratteri comuni sono: a) la presupposizione di un soggetto immobile, b) il riconoscimento della visione come forma di conoscenza e c) la dipendenza tra le cose in base alla loro distanza. Queste caratteristiche, molto probabilmente, hanno contribuito alle sperimentazioni che hanno portato i primi artisti e architetti del XV sec. a pensare che la rappresentazione prospettica poteva trasformarsi da tecnica di rappresentazione verosimile o realistica a sistema di conoscenza, controllo e ‘misura’ dello spazio figurativo.

Le fondamentali scoperte geografiche della fine del XV sec. avvengono in un momento storico in cui la cartografia conosceva un periodo di notevole sviluppo e, semplificando notevolmente il discorso per necessaria brevità, potremmo dire che la ricerca delle Indie di Colombo, ricerca dalla quale nasce il mondo moderno, deriva da considerazioni cartografiche, se non strettamente geografiche, legate alle proiezioni cartografiche di origine tolemaica[7]. La cartografia, grazie anche alla scoperta di Colombo, ebbe un nuovo e ulteriore progresso, rendendosi necessari nuovi sistemi cartografici per descrivere e rappresentare il Nuovo Mondo.

Nello stesso periodo lo sviluppo della rappresentazione – sia dell’architettura sia, più genericamente, figurativa – presenta un percorso quanto mai complesso e fondante per la figurazione dei futuri cinque secoli e forse oltre[8].

Sarà utile, alla chiarezza della trattazione, accennare alle matrici geometriche del concetto di spazio che dal Rinascimento in poi si è affermato.

Il concetto di spazio in Platone è espresso in termini geometrici astratti, come ci ricorda Jammer: “Platone intendeva identificare il mondo dei corpi fisici con il mondo delle forme geometriche. Un corpo fisico è semplicemente una parte di spazio limitato da superfici geometriche le quali non contengono altro che spazio vuoto. Con Platone la fisica diventa geometria…”[9]. Mentre l’universo aristotelico è finito e anisotropo, “poiché la nozione di spazio vuoto è incompatibile con la sua fisica, Aristotele sviluppa soltanto una teoria delle posizioni nello spazio, escludendo la concezione dello spazio generale”[10]. Quest’ultima posizione ha maggiore diffusione nel Medioevo, mentre nel primo Rinascimento la visione neo-Platonica del mondo comporta un ritorno allo spazio assoluto omogeneo e isotropo, codificato in seguito nella prospettiva lineare.

Se ragioniamo in termini geografici, invece che architettonici, ci rendiamo conto che il problema dal punto di vista geometrico non è facilmente risolvibile: il globo ha, per definizione, una superficie finita, mentre il concetto di spazio con cui nel Rinascimento ci si confrontava era di matrice platonica. La soluzione, allora, sembra essere, analogamente a quanto accadeva nelle cartografie tolemaiche, l’applicazione di un modello geometrico adatto al superamento di tale problema, in quanto infinito, isotropo e bidimensionale: il reticolo geografico. Così, come per la prospettiva si passa da un sistema psico-sensoriale a uno scientifico e astratto[11], per la cartografia il passaggio è da un insieme di luoghi a un sistema spaziale.

Nella evoluzione della rappresentazione cartografica, già dal XIV sec. possiamo osservare un aumento notevole di scientificità e realismo, “con la scomparsa della cornice cosmologica e teologica e con la rarefazione di riferimenti biblici, ridotti a quelli essenziali: con il ritrasi, insomma, della mappa mundi in senso proprio”[12]. In questa fase è in evidenza non solo un cambiamento in essere della tecnica rappresentativa, ma una variazione sostanziale della volontà rappresentativa. Scrive Accarino: “Le mappæ mundi offrivano in prima istanza una geografia del significato, per la quale era importante la collocazione, ma era inessenziale la misurazione. Qui risiede anche la differenza decisiva tra cartografia medievale e cartografia moderna: quest’ultima è geografia della misurazione, la prima è geografia del significato. Le carte moderne forniscono la collocazione esatta dei luoghi sulla base della latitudine e della longitudine, le carte medievali forniscono il significato di situazioni locali sulla base di segnature iconiche.”[13]

Gli isolari che, fino al XVI sec. ma anche oltre, rappresentavano il globo, erano composti da una serie di tavole in cui tutto il mondo conosciuto era suddiviso in isole.[14] Gli atlanti, invece, sono rappresentazioni di un globo trasformato in spazio, ovvero in sistema spaziale continuo, omogeneo e isotropo e, quindi, metricamente misurabile. Evidentemente l’insieme di luoghi, unici e irripetibili, che componevano gli isolari, alla luce delle acquisizioni culturali alla base della prospettiva rinascimentale, è sembrato inadeguato, e l’istanza di un sistema spaziale misurabile e “governabile” è stata soddisfatta dagli atlanti. Questo, chiaramente, anche sulla scorta della possibilità di poter usufruire di un sistema metrico standardizzato concretizzato nel reticolo geografico.

Ma le caratteristiche comuni tra cartografia tolemaica e perspectiva artificialis sono più di quelle che abbiamo considerato finora: Farinelli, recentemente, aggiunge alla “visione come forma di conoscenza” e alla “dipendenza tra le cose in base alla loro distanza”, anche la continuità, l’omogeneità e l’isotropismo, configurando, così, una sostanziale analogia con le proprietà della geometria euclidea ma anche con il significato moderno di Stato[15].

Quindi, per fare chiarezza, diciamo che la sperimentazione della rappresentazione prospettica rinascimentale immette nel processo progettuale dell’opera figurativa tecniche e processi mai applicati in precedenza[16] che si tratteggiano come un sistema completo di pensiero. Questo implica che se la prospettiva rinascimentale, come è stata codificata, si è imposta come “forma simbolica”[17] del pensiero figurativo dal Rinascimento in poi, un analogo sviluppo c’è stato nel campo della cartografia e della geografia. Come scrive Edgerton: “Ciascun periodo storico della civiltà occidentale ha avuto la propria specie di prospettiva, una forma simbolica particolare che rispecchia una particolare Weltanschauung… La prospettiva lineare, sia essa ‘vera’ oppure no, divenne quindi la forma simbolica del Rinascimento italiano, perché rispecchiava la visione generale del mondo […] in quel particolare momento della storia”[18].

Del resto, parte dell’interesse per il sistema geometrico proporzionale nel processo progettuale nel ‘400 deriva dalla necessità di un rapporto di continuità tra la rappresentazione e l’oggetto di essa. E il modello prospettico rettilineo si presta al ricongiungimento tra la rappresentazione – prospettico-lineare, appunto – e architettura – rettilinea e proporzionalmente standardizzata – in quanto adatto[19] ad assumere il ruolo di connessione simmetrica tra il mondo e la sua rappresentazione.

Questo processo simmetrico – come simmetriche sono la percezione e la proiezione – si basa sulla riduzione delle tre dimensioni del mondo alle due della carta[20] e sulla relazione biunivoca che, comunque, intercorre tra il punto tridimensionale e la sua rappresentazione bidimensionale, tanto che si configura la possibilità di ottenere un processo inverso. Ad ogni punto del mondo visibile corrisponde uno e uno solo della carta geografica.

Evidentemente al percorso d’andata – dall’oggetto alla sua rappresentazione – in assenza di un sistema spaziale continuo, omogeneo e, soprattutto, isotropo, non può seguire il percorso inverso – dalla rappresentazione all’oggetto, dalla carta al mondo – in quanto verrebbe a mancare il rapporto omologico tra le parti.

Solo per mostrare un esempio di ciò che hanno comportato le innovazioni di cui abbiamo parlato fin qui, ricordiamo che nel XVII sec. in Francia, alla corte di Luigi XIV, le carte geografiche prodotte in grande quantità seguivano la necessità di un supporto scientifico alle attività militari, di difesa del suolo, di pianificazione e divisione fondiaria, tanto che l’intero territorio nazionale fu suddiviso in ottantatre dipartimenti, tutti uguali e quadrati, a loro volta suddivisi in millesettecentoventi distretti, ulteriormente divisi in seimilaquattrocento cantoni[21]. Un tentativo, secondo Burke, di annullare le appartenenze geografiche a favore della politica dello Stato: non più guasconi, bretoni o normanni, ma solo Francesi[22].

Ma anche i piani ottocenteschi, per restare in terra francese, con l’apice nell’esperienza haussmaniana a Parigi, derivano dal sistema di pensiero di natura prospettica, non in senso figurativo, ma in senso strettamente geometrico-lineare.

Allora appare chiaro che, come la prospettiva Rinascimentale diventa forma simbolica, per le ragioni brevemente sopraccitate, anche il reticolo geografico diventa una forma simbolica per pensare il mondo visibile.

Insomma, prendendo spunto da Heidegger[23] possiamo dire che, la carta rappresenta il mondo e il mondo è conformato sul modello della carta. E questo succede dal ‘400 a oggi, in un sistema metrico standardizzato, che ha consentito la concezione dello spazio continuo, omogeneo e isotropo con cui tutti rappresentiamo e, soprattutto, in cui tutti noi pensiamo.

note
[1] Le osservazioni contenute in questo contributo partono dal presupposto che la storia della cartografia, seppur con numerosi elementi di autonomia, è parte integrante della storia della rappresentazione. Le implicazioni di tipo filosofico, imprescindibili per una trattazione esaustiva del tema “geografico”, sono qui ridotte all’essenziale, essendo interessati soprattutto al carattere figurativo del tema.
[2] La letteratura in merito alla codifica della prospettiva lineare a Firenze intorno al 1400 è smisurata e non è possibile darne un seppur minimo riferimento in questa sede. Sono, comunque, da considerare di fondamentale importanza i seguenti scritti: H. Damisch, L’origine della prospettiva, Guida, Napoli 1992; D. Gioseffi, Prospettiva, in Enciclopedia Universale dell’Arte, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1983, Vol XI; D. Gioseffi, Perspectiva Artificialis, Trieste 1957; E Gombrich, Arte e illusione, Einaudi, Torino 1965; E. Panofsky, La prospettiva come «forma simbolica» in E. Panofsky, La prospettiva come «forma simbolica» e altri scritti, Feltrinelli, Milano 1961; P. Francastel, Lo spazio figurativo dal Rinascimento al Cubismo, Einaudi, Torino 1957.
[3] L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. II, Milano 1977, p. 7, cit. in A. Sgrosso, La Geometria nell’immagine. Storia dei metodi di rappresentazione, vol. II, Rinascimento e Barocco, Utet, Torino 2001, p. 3. Questa nuova concezione “comporta il recupero culturale del mondo classico”, come testimoniano i riferimenti culturali degli architetti fiorentini del primo ‘400 e, in maniera più decisiva, il rinnovato interesse per l’antichità romana e ciò che restava delle testimonianze di tale civiltà nella città di Roma, soprattutto, ma anche in altre.
[4] S.Y. Jr. Edgerton, The Reinassence rediscovery of linear perspective, Basic Books, New York 1975.
[5] Alla redazione del presente testo non è stato possibile consultare direttamente l’articolo di S.Y. Jr. Edgerton, Florentine Interest in Ptolemaic Cartography as Background for Renaissance Painting, Architecture, and the Discovery of America, in Journal of the Society of Architectural Historians 33, 1974, pp. 274-92.
[6] Tolomeo, intorno al II sec. d.c., scrive un testo dal titolo ‘Geografia’ nel quale trasmette alcuni metodi di proiezione della terra su un piano, quello della carta geografica, utilizzati già dal III sec. a.c. cfr. F. Farinelli, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Einaudi 2003, p. 12 e sgg.
[7] Crf. B. Accarino, Nobis Incognitum. Rappresentazione e cartografia, in B. Consarelli, Metafore dello spazio, Firenze University 2004, p. 51, ma anche S.Y. Jr. Edgerton, Florentine Interest… op. cit. vedi nota 5.
[8] Molti hanno scritto che uno dei paralleli più importanti tra Rinascimento e “Rivoluzione informatica” è il salto ontologico ed epistemologico creatosi con lo sviluppo di queste tecno-culture. La copiosa letteratura in merito alla “rivoluzione digitale” ha ampiamente dimostrato che il salto ontologico è avvenuto solo in pochissimi casi, mentre il progetto di architettura in genere segue ancora un processo che ha come matrice spaziale la prospettiva lineare. Cfr. P. Eisenman, The End of the Classical, in «Perspecta» n. 21, The MIT Press 1984, pp.154-172, (trad. It. Renato Rizzi, Daniela Toldo, La fine del Classico. La fine dell’Inizio, la fine della Fine, in La fine del Classico e altri scritti, Cluva 1987, pp. 145-180). Per una bibliografia essenziale si rimanda a quelle contenute in L. Sacchi, M. Unali, Architettura e cultura digitale, Skira 2003 e A. Luigini, Disegno digitale e progetto: elementi per una tassonomia, Lerici 2004 nota 2 e sgg.
[9] M. Jammer, Concept of Space. The History of Theories of Space in Phisics, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1954 (trad. it., Storia del concetto di spazio, Feltrinelli, Milano 1963), p. 24.
[10] Ivi. p. 26.
[11] Scrive Panofsky: “La costruzione prospettica [rinascimentale] esatta astrae radicalmente dalla struttura dello spazio psico-fisiologico: non solo il suo risultato, ma addirittura il suo fine, è si realizzare nella raffigurazione dello spazio quella omogeneità e […] di trasformare lo spazio psico-fisiologico in quello matematico. E. Panofsky, La prospettiva… op. cit. p. 40.
[12] B. Accarino, Nobis Incognitum, op. cit. p. 36.
[13] Ivi p. 44
[14] Relegando le terre emerse al ruolo di “contenuto”, e non di contenitore (ruolo attribuito al mare, in quanto elemento indefinitivamente esteso). Cfr. F. Farinelli, Geografia… op. cit., p. 11. Farinelli compie una tanto lucida quanto sintetica analisi della sostanziale differenza tra gli Isolari e gli Atlanti.
[15] Cfr. F. Farinelli, Geografia… op. cit. e F. Farinelli, L’immagine dell’Italia, in P. Coppola (a cura di), Geografia politica delle regioni italiane, Einaudi, Torino 1997, pp. 33-59.
[16] Come è noto, la tecnica rappresentativa degli antichi contemplava molte delle regole che nel ‘400 formano il corpus della perpectiva artificialis, ma il loro utilizzo era parziale e relegato a un ruolo meramente strumentale.
[17] Cfr. E. Panofsky, La prospettiva… op. cit. ma anche E. Cassirer, La filosofia delle forme simboliche, Sansoni 20038 (ed. orig. 1923-29). C’è da specificare che la posizione di Panofsky, nonostante la grande fortuna critica e l’estesa divulgazione, ha comunque generato contrasto tra le posizioni di eminenti personaggi che, dopo di lui, hanno trattato il medesimo tema. Tra i sostenitori citiamo R. Arnheim, G. Kepes, P. Francastel, e L. White. Tra i detrattori J.G. Gibson e M.H. Perenne. Una critica parziale è stata mossa da E.H. Gombrich e D. Gioseffi. Più complessa la critica di S.Y. Edgerton, N. Goodman e M. Kubovy. Cfr. A. Sgrosso, La Geometria… p. 8 e sgg.
[18] S.Y. Jr. Edgerton, The Reinassence… op. cit., p. 37.
[19] La prospettiva Rinascimentale o rettilinea è un sistema rappresentativo che si configura come un modello evidentemente riduttivo, in quanto discreto, della realtà. Essendo basato su postulati euclidei, come approssimazione accettabile del reale, il rapporto tra l’oggetto e la sua rappresentazione è sempre esplicito e diretto. Cfr. B. Cache, A Plea for Euclid, in ANY Review n. 24, 1998. Cache dimostra, con una trattazione coerente ed erudita, che il modello geometrico euclideo, nonostante in questi anni si discuta spesso di geometrie alternative, è ancora il più idoneo a descrivere il mondo delle cose visibili, in quanto le approssimazioni riconducibili a tale sistema sono del tutto ininfluenti.
[20] In realtà, nella cartografia contemporanea, la condizione dimensionale delle carte geografiche è, seppur basata su notevoli continuità, differente: la trasposizione del mondo tridimensionale in un supporto bidimensionale non avviene con la “sottrazione” di una dimensione, ma con la “discretizzazione” del dato metrico della dimensione zenitale. Si pensi alle cartografie tecniche in cui le quote altimetriche sono simboleggiate da isoipse o indicate da punti isolati (sistemi spesso integrati tra loro). Alle dimensioni azimutali continue si associa la dimensione zenitale discreta.
[21] Cfr. B. Accarino, Nobis Incognitum, op. cit. p. 40.
[22] E. Burke, Reflections on the Revolution in France (trad. it. a cura di M. Respinti Riflessioni sulla rivoluzione in Francia, Ideazione, Roma 1998, p. 177) cit. in B. Accarino, Nobis Incognitum, op. cit. p. 41.
[23] Heidegger scrive che la modernità è “l’epoca dell’immagine del mondo”, ossia della riduzione del mondo a una immagine. Scrive Farinelli in merito: “Come dire che per l’epoca moderna, proprio all’opposto del Medioevo, non è la carta la compia del mondo, ma è il mondo la copia della carta”. Cfr. M. Heidegger, Holzwegei, Frankfurt, 1950 (trad. it. Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1968, cit. in F. Farinelli, Geografia… op. cit., p. 15.