Lecture – Oscar Niemeyer. Cent’anni in bilico tra Utopia e Atopia

Lecture per il corso di Storia dell’Architettura contemporanea della prof.ssa Ciranna, presso la Facoltà di Ingegneria e Architettura de L’Aquila.

Oscar Niemeyer AQ11032015

“Quando Juscelino Kubitschek fu eletto presidente della repubblica lui stesso mi chiamò.
venne alla mia casa das canoas e, mentre tornavamo insieme verso la città, mi confidò, con entusiasmo: “voglio costruire la nuova capitale di questo paese e tu devi aiutarmi”. Spiegandomi, con lo stesso entusiasmo con cui 20 anni prima mi proponeva il completamento di Pamplona, quello che voleva fare: ” Oscar, questa volta costruiremo la capitale del Brasile. Una capitale Moderna. La più bella capitale del mondo”.
I giorni successivi questa idea ci assorbì completamente. Contattai subito Israel Pinheiro che si sarebbe occupato della costruzione e, il giorno dopo, partimmo in aereo con JK e la sua comitiva, a vedere l’area prescelta.
Era un immenso deserto, disperso nel Planalto Centrale. Ma il mio stupore, i miei dubbi svanivano davanti al suo ottimismo. E tutto era chiaro, la sua fede e la sua determinazione erano così contagiose, che in quel momento mi convinsi che in quell’area, ai confini del mondo, sarebbe sorta in pochi anni la nuova capitale del nostro paese.
Cominciammo ad elaborare i primi progetti nella sede dell’ MES, ma ci rendemmo subito conto che dovevano essere fatti sul posto, quindi, in corso d’opera, realizzammo in fretta e furia una casa popolare dove dimorare.
Prima di partire parlai con Israel Pinheiro. Gli feci un resoconto di tutti coloro che mi avrebbero seguito e combinai i salari. In quell’occasione mi parlò del mio contratto. Avrei ricevuto il salario di un normale funzionario pubblico. Ma aggiunse: “Posso darle una commissione”. E io risposi:” Nessuna commissione”. Era una parola che avevamo sempre detestato. Se avesse usato un’altra espressione, se avesse detto, per esempio: “riceverai lo stesso salario di tutti gli altri, però avrai diritto, come regola la tabella dell’Istituto degli Architetti del Brasile, una percentuale sull’opera”, allora avremmo potuto metterci d’accordo. E fu perché usò la parola commissione che elaborai tutti i progetti di Brasilia per appena quarantamila cruzeiros al mese.
Ma il problema dei soldi non mi preoccupava. Mi andò finanche troppo bene. Il piacere più grande per me, fu vivere insieme con le persone con cui avrei dovuto lavorare per la nuova capitale. Prima di tutto chiamai 20 architetti per i progetti programmati, e poi altri amici di diverse professioni, semplicemente per il piacere di aiutarli, conoscendo le loro difficoltà finanziarie.
Nella nostra equipe avevamo un medico, un giornalista, un avvocato, un portiere del Flamengo e altri di professioni indefinite.
Tutti furono utili, e il gruppo si fece più vario, le discussioni erano più versatili, il lavoro più completo, ognuno secondo le proprie attitudini.
E in poco tempo formammo un gruppo coeso di amici.
[...]
Determinato, JK dava l’esempio, indifferente alle critiche. Ridendo di chi diceva che la scelta del sito era sbagliata, di chi diceva che non ci sarebbero potuti essere né vegetazione né giardini, che l’acqua del lago progettato sarebbe sparita nella terra porosa della nuova capitale.
L’ opera seguiva le scadenze stabilite, e Israel, suo braccio destro, la dirigeva senza vacillazioni, col coraggio di chi sa bene ciò che sta facendo.
Non avevo tempo da perdere, e le costruzioni si iniziavano appena erano pronti i calcoli delle fondazioni. Il resto, i dettagli strutturali e la loro architettura, veniva dopo, seguendo i tempi del programma.
L’ idea di JK – e anche la nostra – non era quella di una città qualunque, povera e provinciale, ma di una città al passo coi tempi e moderna, che rappresentasse l’importanza del nostro paese.
A volte JK ci invitava la sera ad Alvorada. Era solo a Brasilia e sentiva il bisogno di parlare con qualcuno. E noi uscivamo con lui. MIlton Prates, César Prates, Rochinha, Juca Chaves, Bené Nunes e Dilermano Reis con la sua chitarra. Alcuni venivano in compagnia, altri da soli, come lui. E nel salone del Palazzo, riuniti in circolo di fronte a JK, restavamo a sentire le sue avventure.
E la conversazione era sempre la stessa. Gli ostacoli che sorgevano, le menzogne, i problemi economici e politici che doveva affrontare, la sua determinazione nel portare tutto a termine. Entrava in dettagli sconosciuti, e ripensando a chi cercava di paralizzare Brasilia, concludeva infuriato: ” Che canaglie! “
Attenti, ascoltavamo le sue parole appassionate, soddisfatti nel vederlo confidente e ottimista. E se a lui quei momenti in cui si confidava facevano bene, a noi ancor di più. Ogni tanto Bené, che si dilettava al piano, suonava la samba preferita di JK, che iniziava a ballare disinvolto, felice, e contento si dimenticava per un momento della sua vita tanto tribolata.
E la conversazione ricominciava. Brasilia, la meta programmata, la strada Belém – Brasilia…La grandezza di una strada formidabile, fiancheggiata da alberi, alberi giganteschi, attraverserà fiumi e monti, la vecchia Amazzonia sconosciuta e misteriosa.
Dilermano faceva il sottofondo musicale e César Prates cantava delle vecchie e sentimentali canzoni brasiliane.
E insieme passavamo quelle sere indimenticabili, che mi ricordano di un presidente posseduto dal più grande dinamismo mai conosciuto, ma capace anche di trovare il tempo per vedere gli amici, come un uomo qualunque, che a volte, sa anche ridere e scherzare.
Sul tardi, verso l’una le due di notte, JK ci accompagnava all’uscita, e noi ci ritiravamo eccitati come la notte di Brasilia. Il cielo immenso, pieno di stelle, i palazzi già eretti si distaccavano con le loro forme bianche nell’enorme oscurità del “cerrado” brasiliano.
Silenziosamente, come per dirmi un segreto, JK mi prendeva per il braccio: “NIemeyer. Quanta bellezza!”

(trad. It. F. Giorgino)