Pescara e la sua costa: intersezioni tra città, infrastrutture e natura

Prologo*

La stratificazione storica che caratterizza il tessuto urbano per la gran parte delle città europee, e in particolar modo quelle italiane, in alcuni casi assume un carattere meno marcato. Alcune città sono maggiormente influenzate da un periodo più che da un altro, fino a polarizzarne interamente la propria immagine su ciò che la città stessa ha prodotto in un unico e ristretto intervallo.

Pescara nasce nel 1927 dalla congiunzione dei due borghi (residui della cinquecentesca fortezza borbonica) sulle rive opposte dell’omonimo fiume: La Pescara e Castellammare Adriatico. Il rapido sviluppo degli anni Trenta è bruscamente interrotto dai pesanti bombardamenti bellici; l’interruzione, però, dura solo qualche anno e, in perfetta sincronia con l’andamento dell’intero paese, negli anni ’60 e ’70 la piccola città dannunziana diventa un agglomerato metropolitano che ingloba alcuni comuni limitrofi (Montesilvano a nord, Francavilla al Mare a sud, Spoltore nell’entroterra). La radicale e forse troppo rapida trasformazione della città ha profondamente incrinato l’equilibrio originario di una modesta città costiera a vocazione balneare tramutandola in una piccola metropoli pesantemente infrastrutturata fino al porto fluviale, con una ricchezza di contraddizioni che connotano la gran parte delle città cresciute a dismisura negli anni ’60 e ’70.

Questo sviluppo frenetico ha fornito, come è facile immaginare, numerosi spunti per il piano di monitoraggio del degrado che qui si presenta: la ricchezza di contraddizioni della città ha permesso di elaborare riflessioni sulle tipologie di degrado, alcune delle quali esporremo di seguito.

Blow Up

In un ipotetico viaggio da sud verso nord, il tratto di costa in esame presenta una certa varietà di condizioni che variano dalla integrazione tra antropizzazione e territorio naturale alla fatiscenza o al disuso, dalla destinazione balneare a quella industriale o portuale.

Dalla foce dell’Alento (limite a sud dell’area di nostro interesse) fino a tutto il lungomare sud di Pescara, è evidente il degrado diffuso dovuto alla evoluzione del sistema balneare che, dopo lo sfruttamento massiccio della costa esploso negli anni ’50 e ’60, si è tramutato in una macchina industriale che tende allo snaturamento della vocazione semplicemente balneare della costa abruzzese. Gli stabilimenti sono normalmente organizzati attorno a un edificio centrale, comunemente passante, che funge da ingresso vero e proprio alla spiaggia e che è spesso costretto tra superfetazioni aggregate più per paratassi che per sintassi, con la sola logica distributiva a regolare la successione dei singoli elementi senza la minima preoccupazione per le discordanze morfologiche o materiche, senza alcuna cura per la qualità dei singoli edifici ma solo ed esclusivamente per le funzioni che al loro interno sono svolte: pub, palestre, internet point, sale giochi, piscine e quant’altro possa far assomigliare lo stabilimento balneare a un villaggio turistico. In tale contesto la balneazione è un’attività di importanza ridotta e forse, in un ottica meno estrema di quella che possa sembrare, da ritenere superflua.

Le strutture balneari sono organismi architettonici raffazzonati, sconnessi, incompiuti, indiscreti, dequalificati e degradanti, temporanei ma persistenti. Hanno uno sviluppo epidemico e incontrollato, sono dotati di caratteristiche parassitarie generanti spesso degrado. Queste microstrutture rifiutano la distinzione tra interno ed esterno, la sabbia entra dappertutto e l’organismo architettonico si proietta, secondo un moto centrifugo, con i suoi prolungamenti fatti di passerelle, tende, cordoni e cannicciate. I piccoli volumi si frantumano e l’intorno si riempie di superfetazioni. Il degrado è evidente non solo per l’assenza di progettualità e senso estetico ma soprattutto per la sovrapposizione e incastro violento di materiali eterogenei, nuovi e usati, trasparenti e opachi, pregiati e modesti.

C’è da osservare, però, che il visibile successo di tale modello ci avverte che forse la mancanza generale di qualità architettonica non solo non provoca disagio ma diventa modus operandi e regola estetico-linguistica affermata dalla prassi prima che da una teoria.

L’area urbana attorno alla foce del Pescara è particolarmente ricca di elementi di sovrapposizione e degrado: il porto merci fluviale, il porto turistico, l’infrastruttura dell’asse attrezzato, l’ex mercato ortofrutticolo ormai prossimo alla dismissione, il borgo marino sud (complesso edilizio degli anni ’30 progettato sui modelli dell’edilizia popolare di quegli anni) sono tutti raggruppati disordinatamente in un’area di circa un chilometro di lunghezza per qualche centinaio di metri di profondità nel cuore della città. Se il degrado delle zone balneari è legato allo squilibrio aggregativo e alla generale mancanza di qualità, alla foce del Pescara troviamo in prima istanza una sovrapposizione di scale urbane differenti e discordanti aggravata dalla disorganicità nella disposizione degli elementi stessi che produce luoghi e non luoghi a tratti paradossali. Lo spazio antistante il porto turistico insiste su uno dei maggiori residui post-industriali all’interno del tessuto urbano, quello dell’ex mercato ortofrutticolo, conformando una contraddizione in termini tra l’immagine che le due realtà urbane a contatto esprimono: su un unico spazio urbano insistono l’opulento e il fatiscente, il nuovo e il vecchio.

Passato il fiume ci si trova nel pieno centro cittadino, ma tale localizzazione privilegiata non riesce a esimersi dal presentare forme di degrado localizzato: diversi edifici fronte mare, infatti, sono in disuso e in condizioni di fatiscenza, tanto che in alcuni casi è stato necessario il transennamento delle aree circostanti. Ma, osservando questi edifici nel contesto, si evince che il degrado del fronte mare non è dovuto all’abbandono. C’è in questo caso una forma di degrado differente, più difficile da leggere e, per questo, apparentemente più gravoso da rimediare. Le facciate degli alberghi e dei condomini, i negozi e i ristoranti, le aiuole e le pavimentazioni del lungomare sembrano un insieme stonato di elementi inadeguati e genericamente scadenti: un degrado diffuso e omnicomprensivo che banalizza uno dei punti chiave della morfologia della città, il fronte mare, e lo rende più vicino a un “retro” che a un fronte. In effetti, la sensazione è che lo sviluppo degli anni ’60 e ’70 si sia portato fino al limite della costa e che si sia dovuto arrestare, per ovvi motivi, rimanendo in bilico sul filo del lungomare trasformandolo, di fatto, in una periferia centrale.

Il fronte mare, quindi, è stato interessato dal boom edilizio fino a mutare il proprio carattere per trovarsi nella condizione odierna di “retro” cittadino. O meglio, di “retro stagionale”: mentre durante il periodo balneare la città sembra vivere in quella stretta fascia di poche decine di metri di profondità per una dozzina di chilometri di lunghezza, il resto dell’anno il lungomare diviene una arteria viaria “esterna” al tessuto cittadino. Una sorta di circonvallazione con numerosi innesti nella città. Questo effetto è accentuato all’altezza della pineta di Montesilvano, che limita l’accesso alla città dal mare a pochi corridoi naturali, come uscite di un asse infrastrutturale, appunto.

All’estremo nord dell’area di nostro interesse, infine, troviamo una eredità diretta della balneazione di massa prima e della città poi: il complesso turistico dei grandi alberghi consta di una decina di alberghi di lusso, alcuni dei quali oggi in completo abbandono che, dopo l’interruzione dello sviluppo urbano degli anni ’80 e ’90, è riuscito a sopravvivere solo grazie alla fiorente organizzazione di attività collaterali se non completamente separate dal turismo balneare. Inoltre, questo complesso grava ulteriormente su un’area, quella della foce del Saline, già in difficoltà dal punto di vista naturalistico: si è venuto a creare, così, una sovrapposizione di problemi differenti che restituisce oggi un complesso di lusso attorniato da aree dalla scarsa vivibilità. Anche il ruolo di attrattore che il complesso avrebbe dovuto avere negli anni non gli è mai stato riconosciuto anzi, recentemente, risulta completamente negato dalla presenza di un ingombrante Warner Village che ha letteralmente fagocitato interessi economici, ludici e sociali.

Leggi di sviluppo

Lo studio dei casi campione, in particolare delle aree costiere, ha fornito un terreno di coltura in cui mettere alla prova regole di sviluppo ipotizzate sulla base degli studi di Roberto de Rubertis sulla periferia degradata.[1]

  1. crescita per superfetazione: intorno e sopra un nucleo già edificato si addensano ulteriori eventi e ambienti.
  2. sviluppo per reiterazione di elementi minimali: lo stabilimento si rigenera a ogni stagione e definisce il suo spazio piantando filari di ombrelloni, tracciando percorsi con passerelle di legno o mattoni di cemento.
  3. perdita del limite:[2] le singole unità si annullano in un continuum costituito da un apparato infinito pensato per soddisfare le esigenze di vita e divertimento dei bagnati. Le differenze tra i padiglioni, visibili dal lato del lungomare, si disperdono scomparendo man a mano che si avanza verso il bagnasciuga.
  4. legge del minimo sforzo: a causa della stagionalità delle strutture, ogni trasformazione o nuova costruzione sfrutta preesistenze, materiali poveri e non durevoli, processi costruttivi elementari.
  5. libertà creativa: la dimensione contenuta degli interventi unita all’esigenza di caratterizzare e differenziare il proprio stabilimento rispetto alla concorrenza spinge i gestori a ricorrere, senza inibizione, a stilemi architettonici, forme e strutture estremamente eterogenee. Il risultato è una non scontata raccolta tipologica ed estetica che oscilla tra il kitsch e lo sperimentale, il banale e l’audace, il tradizionale e l’high tech.
  6. potere degli attrattori: tra i limiti imposti del lungomare e del bagnasciuga esiste un territorio omogeneo e indifferenziato privo di emergenze e singolarità. La spiaggia, spazio isotropo e continuo, è parcellizzata e occupata secondo aggregazioni di oggetti che si dispongono intorno agli elementi più stabili, i padiglioni. Tutti i servizi e le strutture per il divertimento si dispongono intorno a questo fulcro, come secondo un campo gravitazionale. I percorsi prestabiliti collegano in maniera univoca il lembo del bagnasciuga con il centro di questo territorio.

Logiche d’intervento

Di fronte a una situazione attuale della costa profondamente alterata e stabilizzata nei suoi cicli produttivi ed economici, possiamo ipotizzare tre atteggiamenti possibili. Il primo consiste nell’accettazione dell’esistente con una sanatoria generale di quanto presente, abusivo e non, con l’intenzione di assumere l’esistente come punto di partenza per future politiche di gestione del territorio.

Il secondo atteggiamento considera le architetture esistenti come fenomeni negativi e deleteri del sistema ambientale e urbano. Tale visione ha come corollari da una parte il desiderio di una profonda trasformazione da compiere attraverso la demolizione e il ripristino di una condizione primigenia del litorale, dall’altra i vari tentativi di recuperare la dignità estetica dei manufatti e del loro ambiente per mezzo di “travestimenti” pseudo-storici, “in stile”, e semplicistici rinnovamenti alla scala dell’arredo urbano.

Il terzo punto di vista, contrariamente ai precedenti, rifiuta prese di posizioni ideologiche e modelli scontati, nel desiderio di costruire un sistema sensibile a cogliere le architetture esistenti non come episodi sporadici e isolati ma come elementi liminari di quel tessuto unico, poliedrico e multiforme che è la città contemporanea. Il risultato di questa visione è una metodologia progettuale che, senza scadere in coloriture vernacolari o eccessi linguistici fuori tono, utilizzi le regole di trasformazione e di vita del sistema studiato, sfruttando e dirigendo le logiche della trasformazione senza perdere mai di vista il rispetto delle condizioni ambientali.

Sperimentazione

Il percorso d’indagine della Pescara sul mare prosegue prima di tutto attraverso il rilevamento e controllo di alcune aree esemplari sia per le caratteristiche architettoniche dei singoli manufatti che per la particolare evidenza delle dinamiche di trasformazione dello spazio e delle architetture. Lo studio di casi particolari è poi affiancato dall’elaborazione di cartografie tematiche che permettano di delineare e controllare gli eventi stagionali a scala territoriale e urbana.

Il passo successivo consiste nella verifica delle possibili logiche d’intervento attraverso lo strumento metodologico della simulazione. Costruire scenari possibili ci aiuta a individuare alternative operative non scontate e inedite, ci consente di elaborare soluzioni progettuali che si scontrano dialetticamente con le contraddizioni tipiche degli spazi residuali cittadini. Si tratta, in sostanza, di individuare logiche e processi che forniscano precise indicazioni sia a livello metodologico che giuridico, modalità operative concretizzabili, proficue dal punto di vista economico, utili sul versante sociale e rispettose dell’equilibrio ecologico.

Proposte

Data la complessità e articolazione dell’area e delle strutture coinvolte, le ipotesi di intervento e progettazione devono affrontare differenti scale: territoriale, architettonica e del design. Da un punto di vista urbanistico, ogni intervento deve essere improntato a una ripianificazione dell’esistente nelle sue accezioni di conservazione, ristrutturazione e rinnovo degli equilibri ecologici fondamentali. Operazione quanto mai ardua poiché si scontra con una situazione esistente ormai consolidata sia dal punto di vista fisico, economico e sociale.[3]

Tuttavia, non essendo questo l’ambito precipuo della presente ricerca, è possibile mettere in luce solo alcuni spunti e possibili linee guida:

  1. Riqualificazione spaziale e ambientale di alcune aree topiche e dalla grande valenza naturalistica e faunistica quali le foci dei fiumi Alento e Saline.
  2. Riorganizzazione dell’assetto e dell’insieme degli usi con il fine di diminuire la pressione stabile e stagionale sul territorio.
  3. Controllo delle fonti inquinanti.
  4. Prolungamento della stagione con iniziative culturali al fine di utilizzare e valorizzare al massimo il patrimonio culturale e naturale del litorale.
  5. Razionalizzazione dei percorsi carrabili e delle aree di sosta e parcheggi nelle aree limitrofe al lungomare.
  6. Predisposizione di un sistema di piste ciclabili che attraversi interamente il litorale pescarese e permetta un collegamento con i comuni a nord e sud della città.
  7. Organizzazione dello spazio della spiaggia considerata in tutta la sua estensione cittadina e sua integrazione con il resto della città.
  8. Integrazione del “fronte terra” con il “fronte mare” secondo sistemi di interfaccia e interazione.

Epilogo

Queste nostre riflessioni, che saranno oggetto di ulteriori e necessari approfondimenti, propongono un cambiamento di sguardo e nuove attenzioni verso scale, temi e particolari dove sono più evidenti le potenzialità del cambiamento. Ogni caso esemplare può essere il pretesto per approfondire e rifondare metodologie compositive e linguaggi estetici collettivi e individuali. È necessario, quindi, impostare su nuove basi le qualità semantiche attribuite a oggetti e spazi che ci circondano, filtrare il significato che hanno acquisito nella storia più o meno recente e quello che attualmente attribuiamo loro.

Muovendoci tra modelli del passato e tensioni latenti verso il futuro, possiamo cercare di capire per poi intervenire e dar coerenza ad una città in cui convivono strade, case, capannoni dismessi, ma anche aree naturali dalla bellezza tanto significativa quanto fragile.

note
[1] Le costanti riscontrate da de Rubertis sono: permanenza dei tracciati, potere degli attrattori, rafforzamento dei punti di accumulazione, perdita delle simmetrie, perdita del limite, legge del minimo sforzo, disinibizione esplorativa. Cfr. R. de Rubertis e A. Soletti (a cura di), De vulgari architettura: indagine sui luoghi urbani irrisolti, Officina, Roma 2000.
[2] ivi.
[3] Cfr. F. Karrer, I progetti di riqualificazione di litorali urbani, in “Piano Progetto Città”, n. 11 1991, p. 6.
*Ricerca condotta da Alessandro Luigini e Giovanni Caffio