Sostenibilità cannibale

originariamente pubblicato su presS/TLetter il 22.11.2013

Ho un personalissimo e discutibilissimo rifiuto di tutto ciò che è pura moda: il termine, letteralmente, significa che una manifestazione di moda (un abito, un tema progettuale, un genere musicale…) sia l’espressione numericamente più probabile in un dato periodo di tempo. Sarebbe sufficiente questo dato per perdere interesse per ogni manifestazione di moda. Ogni ciclo culturale, ogni movimento artistico, ogni ambito creativo, produce le migliori opere proprio all’inizio della propria vita. Ossia quando ancora non diventa “moda”. Quando è profondamente minoritario.

La Sostenibilità (termine comunemente utilizzato per indicare i processi di Sviluppo Sostenibile) è concetto consolidato da decenni – è del 1987 il Rapporto Brundtland – e, nonostante in larga parte derivi da politiche e movimenti ecologisti, non si ferma certo all’aspetto strettamente ambientale: la sostenibilità sociale e quella economica concorrono con la sostenibilità ambientale per definire un determinato processo pienamente sostenibile. Ma queste sono cose note.

Mi ricordo di aver sentito per la prima volta il termine “bioarchitettura” nel 1994, e sono certo che si sia utilizzato anche precedentemente. Il termine indicava progetti in cui si tendeva ad utilizzare materiali naturali, orientamenti solari ottimizzati per garantire apporti gratuiti e qualche pioniere ipotizzava anche climatizzazioni passive. Ma era ancora roba da “ecologisti”. O da eco-architetti, tanto per fare del greenwashing…

Negli anni più vicini a noi è dilagato così tanto il fenomeno della sostenibilità che ora è secondo solo alla tecnologia informatica per pervasività: al supermercato mentre acquistiamo il classico litro di latte troviamo almeno due o tre etichette che riguardano aspetti legati alla sostenibilità ambientale, su internet per scegliere la nuova stampante per lo studio si possono valutare i consumi in termini di inchiostri e corrente elettrica per minimizzare l’impatto della fase del ciclo di vita del prodotto di cui noi siamo responsabili, oppure mentre progettiamo un nuovo edificio ci poniamo un complesso di problemi che conformano il progetto in modo determinante. Ed è proprio qui che, a mio avviso, c’è ancora qualche problema da risolvere. Perché ormai la Sostenibilità è di moda pur non avendo le caratteristiche di un movimento unitario, o di quello che una volta si chiamava stile.

Spulciando nei motori di ricerca per concorsi e premi di architettura, in questi mesi ho trovato:

  • Eco Luoghi: due premi uno per rigenerazione urbana uno per edificio sostenibile
  • RiUSO: rigenerazione urbana sostenibile
  • Buone pratiche per l’efficienza energetica
  • Architetture Sostenibili: innovazione tecnica e qualità formale
  • Premio Sostenibilità 2013
  • International Holcim Awards for Sustainable Construction

e questi sono solo gli ultimi 6 tra le decine di premi e concorsi banditi nel 2013, ma occorre limitare il periodo di osservazione che in questo caso è di due mesi. Nello stesso periodo sapete quanti premi nazionali sono dedicati “genericamente” al Progetto di Architettura? Uno. Solo ed esclusivamente uno! Bandito (e gestito) dal CNAPPC. Altri premi sono stati banditi in realtà, ma di ordine locale.

Mi chiedo, a questo punto, se Filippo Brunelleschi si sia posto come obiettivo di redigere progetti soddisfacentemente rinascimentali (termine che non aveva neppure idea esistesse) o se si fosse posto il “semplice” problema di fare buoni progetti. O Frank Lloyd Wright, quando ha preso ispirazione dalle scalinate dei muesei vaticani e ha progettato il Gugghenheim di New York con la doppia rampa coclide abbia pensato di realizzare un progetto pienamente e magnificamente organico o si sia posto l’obiettivo di realizzare il miglior museo che la sua mente riuscisse a concepire? Allora per quale ragione nel nostro tempo dovremmo preoccuparci di redigere progetti più sostenibili di altri? Perché dovrei concentrare le mie risorse progettuali solo su un unico aspetto (seppur irrinunciabile) del mio progetto? Qualcuno bandisce premi per il miglior inserimento urbanistico? Oppure per la migliore integrazione tecnologica? Oppure per la migliore scelta delle trame superficiali?

Certo, direte voi, sono aspetti che in un progetto hanno pesi assai differenti, ma la mia riflessione è su quanto paradossale sia in questo momento parlare di progetto sostenibile sottintendendo che possa esserci un progetto di architettura non sostenibile!!! Il nostro tempo ce lo chiede e ci concede strumenti e risorse per poter redigere progetti sostenibili in ogni occasione, dalla ristrutturazione di un appartamento al piano urbanistico. La proliferazione di premi per progetti sbilanciati verso la Sostenibilità (o nel migliore dei casi valutati solo per questo aspetto) sminuisce tutto ciò che non fa parte di questo insieme assolutamente nebuloso fatto di protocolli, materiali eco e bio compatibili, tecniche di daylighting e cross ventilation… È l’apoteosi della casetta in legno progettata dal geometra (con tutto il rispetto per i cugini geometri) secondo il protocollo LEED e certificato platinum!!! È un progetto sostenibile? È un buon progetto?

In questo momento in cui attorno all’argomento si sviluppa un giro economico-politico di proporzioni epocali, concediamo che un aspetto del progetto fagociti tutti gli altri. Si arriva così a una Sostenibilità cannibale, una sostenibilità che uccide il progetto di Architettura.